29/01/2010
Fannulloni, quando il Duce faceva come il ministro Brunetta
Il telegramma del 1941: «Esigo che alle 8 gli uffici pubblici siano già al lavoro»
Ci ha già provato niente di meno che il duce a far lavorare i fannulloni. Nel 1941. Esattamente il 19 maggio del XIX anno dell’era fascista, con un telegramma agli uffici pubblici. Il tono è quello perentorio, inconfondibile di Benito Mussolini, se possibile accentuato dalla mancanza di segni di interpunzione: «È ormai diventato un sistema quello adottato da Ufficiali e Funzionari che consiste nell'avviarsi all'ufficio alle 8 il che significa essere al tavolo di lavoro non prima delle 8 et 15 e forse più tardi alt Esigo che questa deplorevole abitudine tipica manifestazione di quel pressappochismo e deleteria tara del carattere di troppi italiani abbia immediatamente a cessare alt Alle 8 chi non è già al suo tavolo di lavoro ha perduto la giornata con le relative conseguenze alt Farò controllare quanto sopra alt - MUSSOLINI»
Del telegramma si è trovata traccia in una circolare dell'«Istituto nazionale fascista per l’assicurazione contro gli infortuni del lavoro», mandata a tutte le direzioni il 23 maggio del 1941 per informarle che «il Ministero delle Corporazioni » il 21 maggio aveva comunicato «per la scrupolosa osservanza» il telegramma del duce, di cui si riportava appunto il testo. La scoperta è stata fatta negli archivi di Stato da alcuni ricercatori che, racconta Antonio Pizzinato, presidente dell’Anpi, per conto dell’associazione nazionale partigiani d’Italia stanno conducendo studi sugli scioperi del ’43-44. Quale sia stato l’esito degli ordini di Mussolini non è dato sapere, ma il problema non è stato evidentemente risolto se ancora oggi il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha tra le sue principali preoccupazioni la lotta ai fannulloni. Anche allora il nodo era la verifica della effettiva presenza in ufficio. Tanto che nella circolare si invitano tutte direzioni a emanare un «ordine di servizio al dipendente personale — che dovrà firmare per presa conoscenza — il telegramma del DUCE - esigendo da tutti indistintamente la più rigorosa e puntuale osservanza dell’orario, sia in entrata sia in uscita dall’ufficio ».
Facile concludere per Pizzinato, che ha alle spalle una lunga carriera nel sindacato fino a diventare segretario generale della Cgil (1986-88), che «non è con i metodi autoritari chesi fanno lavorare le persone, ma coinvolgendole e motivandole ». Fatto sta che, 68 anni dopo Mussolini, Brunetta è dovuto ricorrere a misure punitive come il taglio della retribuzione accessoria per abbattere il tasso di assenteismo.
16:35
Scritto da: milionidieuro
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giustizia: FAREMO TUTTI FESTA!!!!
Giustizia I delinquenti perché non andranno in galera. Le loro famiglie perché li potranno continuare a vedere ogni giorno. I magistrati perché lavoreranno molto meno, non dovendo scrivere le complesse sentenze. I cancellieri perché non dovranno fare assistenza alle udienze. La polizia penitenziaria perché non dovrà sorvegliare. I politici indagati perché la faranno franca. I magistrati che dovrebbero giudicarli perché non saranno vittime di attacchi mediatici, ormai abituali.
Queste sono solo alcune tra le buone ragioni per le quali le disposizioni sul processo breve dovrebbero fare felici coloro che ne sono interessati, in un modo o nell'altro. E invece no.
Ci sono sempre loro. Sempre questi magistrati politicizzati. Quelli che vivono in trincea, rischiando di saltare per aria con il tritolo, e quelli che finiscono in tv perché portano i calzini turchesi. Quelli che fanno i pm in un piccolo paesino di provincia, con turni di reperibilità h24 una settimana ogni due, e quelli che 300 giorni l'anno sono di turno per gli eventuali giudizi direttissimi. Quelli che vorrebbero i tornelli perché tanto stanno in ufficio fino alle 23 ogni sera e magari così gli pagano lo straordinario (che per i magistrati non esiste) e quelli che un ufficio, invece, lo vorrebbero e basta, ma non ci sono spazi per assicurar loro una scrivania, e quindi lavorano a casa.
Quelli che devono fare i salti mortali per decidere il caso di eutanasia, senza uno straccio di legge che li illumini su cosa fare, e quelli che la legge l'hanno appena studiata, ma si sono dovuti comprare il codice da soli, perché non ci sono i fondi. Sempre loro.
Tra qualche giorno li vedremo in massa, come già accaduto, formalizzare l'ennesimo, eversivo, rivoluzionario, dissacrante segno di protesta: si alzeranno dalle loro sedie.
Lo faranno quando dovranno parlare i delegati dal Ministro, nelle varie cerimonie di inaugurazione degli anni giudiziari. Perché se non c'è dialogo, è inutile sedersi ad un tavolo. Perché se la procedura impone cavilli e garanzie tali (ai delinquenti, beninteso, e mai alle vittime) da richiedere una durata di oltre 24 mesi per compiere i minimi adempimenti burocratici è impossibile fare i processi in meno di due anni.
Se si vuole un risultato, bisogna dare mezzi e strumenti, non un cronometro.
Una contraddizione che sembra quasi voluta dal legislatore, che negli anni ha aggiunto adempimenti su adempimenti. Una volta c'era il pretore (o il tribunale), la Corte di Appello e la Cassazione. Ora c'è anche il gip, il gup, il Tribunale del riesame, il tribunale di sorveglianza ecc. Insomma, lo stesso processo è stato calcolato che potrebbero essere costretti a studiarlo anche oltre 50 magistrati, cioè il 5% dei giudici in servizio, a causa della moltiplicazione delle cause di incompatibilità e dei gradi/fasi di giudizio.
Se lo moltiplichiamo per i milioni di processi pendenti, è facile capire perché il processo breve ne rende impossibile la celebrazione. Ma allora, visto che di lavoro ce n'è sin troppo, e tutto questo darebbe anche ai magistrati un po' di respiro in più... perché questa forma di protesta? E se fosse che questi Giudici credono davvero nel loro lavoro?
La scommessa sarà proprio questa: quella di far comprendere ai cittadini, schiacciati da una presenza mediatica di soli avvocati e politici (magari indagati), perché la Giustizia va difesa, e perché il processo va velocizzato, non reso impossibile.
Diminuire qualche garanzia per i criminali, magari colti in flagranza di reato, consentirebbe forse di ottenere lo stesso risultato. Acquisire una denuncia scritta, in cui il proprietario di una autovettura dichiara che gli è stata rubata, eviterebbe una udienza apposita.
Il magistrato vorrebbe una legge che gli consentisse di rendere più effettivo il suo lavoro. Davanti a quelle sedie vuote, forse qualcuno si accorgerà che, di fatto, i magistrati applicano solo la legge, ma, in silenzio, chiedono una legge che sia applicabile.
14:27
Scritto da: milionidieuro
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26/01/2010
extraterrestri: Secondo un famoso fisico gli alieni potrebbero essere già in mezzo a noi, sotto forma di microorganismi
Da oltre 50 anni gli scienziati passano al setaccio lo spazio profondo alla ricerca di forme di vita extraterrestri. Senza molto successo: né i programmi che prevedono l'uso di radiotelescopi, né le missioni su Marte fino ad ora sono state in grado di rilevare granché.
SULLA TERRA - «Dobbiamo mettere da parte la teoria secondo cui ET ci stia mandando messaggi dallo spazio e intraprendere un nuovo approccio», ha spiegato a The Times l'illustre fisico Paul Davies, tra gli ospiti del simposio che la prestigiosa Royal Society inglese dedica in questi giorni al 50esimo anniversario del programma di ricerca di intelligenza extraterrestre SETI. Secondo Davies, continuare a scrutare lo spazio alla ricerca di forme di vita aliene è solo una perdita di tempo, faremmo meglio a concentrarci sugli extraterrestri che già popolano il nostro pianeta.
BIOSFERA OMBRA - Durante il suo intervento, il professor Davies cercherà di convincere i colleghi che trovare forme di vita extraterrestri sulla Terra sarebbe la migliore riprova della loro esistenza al di fuori del nostro pianeta. Davies è infatti convinto che «strani microbi» appartenenti ad un diverso albero della vita (quello che lui definisce «biosfera ombra») potrebbero essere già presenti in alcune nicchie ecologiche isolate (come deserti, vulcani, laghi salati e le valli dell'Antartide). Alcuni gruppi di ricerca hanno già avviato studi di questo tipo in località contaminate con l'arsenico, come il Lago Mono in California.
MEGLIO MARTE - La tesi della «biosfera ombra» non convince però tutti gli studiosi invitati dalla Royal Society. «Si tratta solo di fantascienza, preferisco credere nelle evidenze scientifiche», ha commentato Colin Pillinger a capo di Beagle 2, la missione spaziale che doveva raggiungere Marte per scoprire nuove tracce di vita e di cui però si è persa ogni traccia. Secondo Pillinger il pianeta rosso resta la migliore destinazione per scoprire l'esistenza di forme di vita aliena.
OTTIMISMO - La conferenza della Royal Society richiamerà oggi e domani a Londra i più importanti esperti del settore. Per Lord Rees, presidente della Royal Society and Astronomer Royal, ormai i tempi sono maturi per una grande scoperta che «potrebbe cambiare il modo in cui vediamo noi stessi nel cosmo». Grazie ai recenti sviluppi di telescopi spaziali, potremmo presto «scoprire forme di intelligenza superiori a quella umana»
17:00
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CERVELLO: NON PUO' GESTIRE PIU' DI 150 AMICI FACEBOOK
Su Facebook avete piu' di 150 contatti? Attenzione alle ''false amicizie'': il cervello, infatti, non riesce a gestirne oltre 150. Che fine fanno le altre? Piu' o meno come nella vita reale: abbandonato lo status di ''amici'', diventano parte della cerchia delle ''conoscenze''. Un saluto ogni tanto - per chat o per posta elettronica - un aperitivo all'anno, e niente di piu'. A dimostrarlo uno studio condotto da Robin Dunbar, docente di antropologia evolutiva all'Universita' di Oxford (Regno Unito), da cui emerge che la dimensione della neocorteccia cerebrale - la parte del cervello usata per elaborare il pensiero cosciente e il linguaggio - limita le nostre performance alla gestione di circa 150 persone.
È inutile che vi sforzate di aggiungere migliaia di amici su Facebook. Il numero massimo di relazioni che si riescono a gestire sui social network online è molto più basso: non supera le 150 persone, così come accade nella vita reale.
LIMITI CEREBRALI - È quanto emerge dalla ricerca condotta dall'antropologo dell'Università di Oxford Robin Dunbar, anticipata sull'ultimo numero del Sunday Times. Dunbar ha studiato il fenomeno delle relazioni virtuali su social network come Facebook, MySpace e Bebo. Ed è arrivato alla conclusione che, a causa dei limiti fisici della neocorteccia cerebrale, è del tutto impossibile essere amici con più di 150 persone. Il che sembra concordare anche con le statistiche ufficiali di Facebook , secondo cui l'utente medio presenta circa 130 amici. Non sono quindi da prendere sul serio quei profili che fanno bella mostra di migliaia di amici. «L'aspetto interessante è che puoi anche avere 1.500 amici, ma quando si osserva il traffico all’interno dei social-network, si nota che le persone si muovono sempre all'interno di un cerchio di 150 persone», ha spiegato Dunbar al Sunday Times, sottolineando alcune differenze di genere: «Le donne sono in grado di mantenere relazioni anche a distanza. Mentre i maschi hanno più bisogno di incontrarsi fisicamente».
IL NUMERO DI DUNBAR - Robin Dunbar studia da anni la struttura delle relazioni sociali tra i gruppi di adolescenti, negli ambienti di lavoro, come pure nelle tribù preistoriche. Negli anni '90 ha dimostrato come, in qualsiasi contesto e periodo storico, gli esseri umani riescano a mantenere relazioni significative con un massimo di 150 individui. Oltre questa soglia non si è grado di tenere traccia di tutto i membri del gruppo e i rapporti tendono inevitabilmente a deteriorarsi. L'assenza di limiti fisici e la facilità di comunicazione online non bastano quindi a superare questo soglia antropologica: anche sui social network rimangono gli stessi limiti della vita reale.
Lo studioso, riferisce il quotidiano britannico Daily Mail.
5400 amici??? QUASI, QUASI DOMANI INVADO L'AUSTRIA!!!!!!
16:05
Scritto da: milionidieuro
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Perché il potere ha paura del web
NEW YORK - "Il nostro obiettivo è cambiare il mondo", è uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all'inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l'indirizzo locale segnato dal suffisso ". cn", dichiarò: "Siamo qui in Cina per rimanerci sempre". Ora quelle due affermazioni - cambiare il mondo, rimanere in Cina - sono diventate tra loro inconciliabili. Se Google non accetta le regole di Pechino, e la censura delle autorità locali, la sua avventura cinese dovrà chiudersi. Lo scontro epico che si è aperto fra la più grande potenza di Internet e la più grande nazione del pianeta, è destinato a ridefinire nei prossimi anni l'architettura globale del web, i limiti geopolitici della libertà d'informazione, e il nuovo concetto di sovranità nello spazio online.
Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non è stato scritto né a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, né tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari più pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l'Esercito Popolare di Liberazione centrò in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l'America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l'improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio.
Eppure quando Google lanciò la sua versione in mandarino nel 2006, la censura di Stato esisteva già. Come Microsoft, come Yahoo, come Rupert Murdoch, anche il colosso di Mountain View accettò il patto con il diavolo: collaborare con il regime facendo propri i suoi tabù, interiorizzarne i limiti alla libertà di espressione, autocensurarsi con dei filtri di software automatici approvati dalle autorità locali. Sembrava logico. Google si comportava come tante altre multinazionali "normali", separava le regole universali del business capitalistico dal contesto politico locale. Come un qualsiasi fabbricante di auto o di jeans, Schmid pensò di poter chiudere gli occhi sugli abusi contro i diritti umani, e partire alla conquista del più vasto mercato mondiale. Anzi, nel 2006 la questione di coscienza per gli americani sembrava risolta una volta per tutti dalle parole ottimiste di Bill Gates: "Per quanti limiti possano mettere all'attività di Microsoft, l'avvento di Internet introduce nella società cinese un volume d'informazioni senza precedenti. La Cina sarà comunque migliore di prima, grazie a noi". Ai vertici di Google, a onor del vero, non tutti la pensavano così. Sulle condizioni dello sbarco in Cina aveva dei forti dubbi uno dei due co-fondatori dell'azienda, Sergey Brin. Per la sua biografia personale - nato nell'Unione sovietica, emigrò in America da bambino con i genitori - aveva intuito un'incompatibilità insolubile, tra la "natura" profonda del business di Google e quella della Repubblica Popolare.
La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libertà online è ricca di precedenti, dall'Iran alla Birmania. Ma la questione cambia completamente quando la posta in gioco è un mercato di 330 milioni di utenti, ormai il più popoloso del pianeta. Il comunicato del governo cinese che stigmatizza Google e ribatte alle critiche di Hillary Clinton, fa esplicito riferimento alle "regole della rete cinese". Nessuno immagina che possa esistere un "Internet iraniano". Ci sono solo le barriere che Teheran frappone per l'accesso locale alla rete: che resta una, indivisa e globale. Ma l'idea che la Cina possa organizzarsi come un cyber-universo autonomo da noi, è altrettanto impensabile?
In Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate, a cominciare dal quartiere di Zhongnanhai dove risiede la nomenklatura comunista. Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un'impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E' un'intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli. E visto da Pechino il confine che separa un colosso privato come Google dal governo di Washington, è labile.
Ken Auletta, autore del saggio "Googled" (il passivo del verbo "googlare"), osserva che "poche altre tecnologie - la stampa di Gutenberg, il telefono - hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla". Ma Internet essendo nato in America, tutta l'organizzazione del world wide web ha un'impronta made in Usa. Porta i segni inconfondibili di un "sistema": regole e valori nati negli Stati Uniti, per estensione occidentali, non necessariamente percepiti come universali a Pechino. Dove noi parliamo di "architettura aperta", altri capiscono "egemonia americana".
La Grande Muraglia di Fuoco, è il nome che i dissidenti hanno affibbiato alla censura online della Repubblica Popolare. E' il più moderno e sofisticato apparato di controllo dell'informazione, con almeno 15.000 tecnici informatici in servizio permanente. Eppure il governo di Pechino ha avuto bisogno fino a ieri di appoggiarsi sul "collaborazionismo" di Google, Yahoo, Microsoft. I dissidenti, o anche i giovani cinesi più curiosi e dotati per l'informatica, hanno appreso ad aggirare la Grande Muraglia. Usano metodi simili a quelli degli hacker: ad esempio per dissimularsi attraverso domicili online all'estero. Sono esattamente i metodi mutuati dai cyber-pirati al servizio del governo, nelle incursioni denunciate da Google il 12 gennaio. Hanno violato la privacy della posta elettronica Gmail di numerosi militanti dei diritti umani; nonché di un grande studio legale di Los Angeles impegnato in un processo contro aziende di Stato cinesi per violazioni di copyright. E hanno profanato le email di 34 aziende hi-tech nella Silicon Valley, un grave episodio di spionaggio industriale che getta un'ombra sulla sicurezza di tutto l'impero Google.
L'esperto d'informatica Holman Jenkins evoca per questa offensiva un precedente poco noto. "All'inizio degli anni Novanta ci fu un'escalation di episodi di pirateria navale nel Mare della Cina meridionale. Hong Kong, che era ancora una colonia inglese, raccolse le prove che i pirati erano in realtà al servizio delle forze armate cinesi. Era un modo per rivendicare la sovranità di Pechino su rotte di comunicazione strategiche". I cyber-pirati che la Cina ha scatenato contro Google, innescando un conflitto che ha portato fino all'intervento dell'Amministrazione Obama, starebbero facendo un gioco simile. Come il corsaro Francis Drake al servizio di sua maestà Elisabetta I contro l'impero spagnolo. In palio stavolta c'è uno spazio virtuale, perfino più strategico delle rotte marittime. La Cina punta molto in alto, se ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti ormai potenzialmente spiati. I dirigenti della Repubblica Popolare possono immaginare un Trattato di Yalta del terzo millennio, con cui l'America prenda atto della loro sovranità su una parte di Internet. Se passa il loro piano, il discorso visionario di Hillary Clinton che ha esaltato Internet come "il grande egualizzatore", si applicherebbe solo al di qua della Grande Muraglia.
fonte:repubblica.it
10:35
Scritto da: milionidieuro
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computer zombie l'Australia e' al terzo posto
La McAfee ha rivelato che l'Australia e' al 3/O posto dopo Usa e Cina per il numero di computer in mano alla criminalita' di rete. Secondo il gigante della sicurezza, 'l'Australia si e' dimostrata terreno fertile per le frodi via Internet, con il 6,3% di 'computer zombie', contro il 18% degli Usa e il 13,3% della Cina'. Gli 'zombie' sono computer infettati con software che li mette in grado di attaccare altri computer, rubare identita' o operare in siti di pedofilia.
08:31
Scritto da: milionidieuro
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25/01/2010
Truffa dei dipendenti della Camera lasciavano gli uffici col badge non loro
Una quindicina di dipendenti della Camera dei deputati sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati da parte della Procura della Repubblica di Roma per truffa ai danni dello Stato e falso. I dipendenti di Montecitorio sarebbero riusciti a eludere il sistema elettronico di rilevazione delle presenze sui luoghi di lavoro, inserendo badge di servizio non loro.
INCHIESTA - L'inchiesta della magistratura sarebbe scattata dopo che l'amministrazione della Camera, insospettita da anomalie nelle timbrature, ne avrebbe verificato la sussistenza ed avrebbe quindi sporto denuncia all'Autorità giudiziaria. Le indagini della magistratura avrebbero quindi portato all'individuazione dei dipendenti che lasciavano il palazzo durante l'orario di lavoro.
18:40
Scritto da: milionidieuro
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22/01/2010
firefox 3.6: Mozilla lancia Firefox 3.6
Mozilla ha appena rilasciato Firefox 3.6. Più rapida del 20% rispetto a Firefox 3.5, la nuova versione del browser ha richiesto un intenso lavoro svolto dagli sviluppatori per ottimizzare le performance quotidianamente eseguite sul Web, come posta elettronica, upload di fotografie, social networking e altro ancora.
Il nuovo browser integra diverse caratteristiche innovative come particolari temi personalizzabili denominati Personas, un rivoluzionario metodo di aggiornamento dei Plugin, incremento delle prestazioni JavaScript e perfezionamenti a strumenti già apprezzati come la Barra Irresistibile (Awesome Bar), il tutto a favore di un’esperienza Web molto più efficace e personale.
Firefox 3.6 è stato sviluppato da una comunità a livello globale di appassionati sostenitori di Mozilla, che comprende migliaia di sviluppatori esperti, professionisti della sicurezza, comunità di supporto e localizzazione, nonché centinaia di migliaia di utenti impegnati nei test.
Sono oltre 350 milioni gli utenti di tutto il mondo che utilizzano Firefox traendo vantaggio dalle funzioni di navigazione rapide e sicure e dal livello incontrastato di personalizzazione.
12:19
Scritto da: milionidieuro
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password: '123456' continua ad essere la password piu' usata
'123456' continua ad essere la password piu' usata dagli americani nonostante gli esperti invitino alla prudenza.La pubblicazione per errore sul web da parte della compagnia RockYou di 32 milioni di password dei suoi clienti ha fornito a esperti e pirati una miniera d'oro di informazioni che confermano la pigrizia degli americani: il 20% delle password usate appartengono ad una gamma limitata di cinquemila codici. La password piu' popolare e di gran lunga '123456'.
Un'analisi condotta dalla Imperva - società che si occupa di sicurezza in rete -riportata dal New York Times ha dimostrato che milioni di utenti di Internet usano le stesse password.
Parole chiave come "123456" - la più usata -, "0", "password", "iloveyou", "abc123" a cui viene affidata la segretezza dei dati.
L'Imperva ha analizzato 32 milioni di password che uno sconosciuto hacker aveva rubato il mese scorso da "Rock You" - una società che crea software per social network come Facebook e MySpace - , la lista era poi finita per breve tempo sul web e i ricercatori di Imperva l'hanno trovata.
Usare per password parole o cifre facilmente decifrabili rappresenta un pericolo, gli hacker possono facilmente venirne a conoscenza e entrare negli accounts degli utenti rubando dati personali. Il rischio più grande si corre se la password crackata consente di accedere a conti correnti o carte di credito.
Alcuni siti stanno cercando di venire incontro ed evitare gli attacchi hacker bloccando gli account dopo aver inserito un certo numero di password sbagliate. In realtà sembra che gli hacker abbiano trovato il modo di raggirare il sistema e di scoprire le password. Altri siti impongono all'utente di scegliere password miste di numeri e lettere.
Ma perché molte persone scelgono password così semplici? secondo Jeff Moss, un ex hacker che ora collabora con società di sicurezza, la ragione principale è che in pochi anni ogni singolo utente di Internet si è trovato a dover ricordare un grande numero di password per i diversi servizi che usa, dai social network al banking on line. E' chiaramente impossibile ricordare password diverse per ogni applicazione perciò si ricorre alle solite.
Il consiglio di Jeff Moss è di utilizzare password di almeno 12 caratteri, al posto dei 6 normalmente utilizzati, in modo da rendere almeno più complessa la decrittatura da parte degli hacker.
Leggi anche:
le password più usate e meno sicure del 15/01/2009
password sicura: come vengono scoperte le password e come difendersi del 15/01/2009
10:02
Scritto da: milionidieuro
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21/01/2010
INGIUSTIZIA DA PARLAMENTO
Con 163 voti a favore, 130 contro e due astenuti, al Senato passa il processo breve. Il testo arriverà alla Camera la prossima settimana assieme al legittimo impedimento e al decreto sulle sedi disagiate. Rischio ingorgo
Il processo breve è quasi legge. Ieri ha ricevuto il via libera del Senato con 163 voti a favore, 130 contro e 2 astensioni. Il testo passerà la prossima settimana alla Camera per l'approvazione definitiva in dieci giorni al massimo. I temi della giustizia stanno così a cuore alla maggioranza che nei prossimi giorni c'è il rischio di un ingorgo legislativo a Montecitorio.
Da lunedì inizia infatti in Aula il confronto sul disegno di legge relativo al legittimo impedimento, contemporaneamente c'è da esaminare il cosiddetto "decreto sulle sedi disagiate" dei magistrati di prima nomina, mentre il testo licenziato dal Senato sul processo breve sarà esaminato dalla Commissione giustizia.
Il tempo per la rapida approvazione di tutto ciò è scandito dai problemi giudiziari del premier che vorrebbe evitare di avere una sentenza sfavorevole nel processo sui presunti fondi neri di Mediaset. In più, Berlusconi potrebbe essere costretto a presentarsi in una udienza di tribunale per lo stesso procedimento (l'avvocato britannico David Mills è già stato condannato per «corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Berlusconi» in primo e secondo grado ed è ora in attesa del giudizio definitivo da parte della Cassazione).
Ci ha pensato perciò il premier in persona a spiegare ai cronisti come la pensa, all'uscita ieri pomeriggio da un lungo colloquio con il cardinale Camillo Ruini, presso la residenza di quest'ultimo, ubicata nel Pontificio seminario romano minore: «Non so se andrò in aula, ne sto discutendo con i miei avvocati ma loro insistono a dire che se ci andassi mi troverei di fronte a dei plotoni di esecuzione e non a delle corti giudicanti».
Berlusconi si è detto inoltre convinto che «il processo breve non è anticostituzionale». Vedremo che dirà la Consulta.
Alla Camera, dati i rapporti di forza numerici tra maggioranza e opposizione, il centrodestra non avrà problemi a imporre l'approvazione del processo breve a tempo di record. Ieri al Senato Gianpiero D'Alia, capogruppo dell'Udc, il partito più corteggiato del momento a destra e a sinistra in vista delle elezioni regionali, ha provato a usare - ma non ha avuto ascolto - una formula quasi evangelica: «Fermatevi, finché siete in tempo». Luigi Li Gotti, Italia dei valori, ha scelto perfino l'ammonimento profetico: «Forse un giorno chiederete scusa ai cittadini ma sarà troppo tardi». Meno enfatico l'intervento di Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd.
Nel botta e risposta da copione c'è stato spazio per due episodi imprevisti. Enrico Musso, avvocato, ligure, eletto a Palazzo Madama nelle liste del Pdl, ha rotto la disciplina di gruppo e in Aula ha detto quello che pensava: «La maggioranza ha sbagliato a non ammettere pubblicamente che c'erano due obiettivi: quello della ragionevole durata del processo e quello che è diventato una specie di agenda nascosta, e cioè la tutela del presidente del Consiglio». Musso ha poi deciso di non partecipare al voto finale e ha abbandonato l'Aula.
Il dissenso, di tutt'altro tenore, è spuntato anche nelle fila del Pd. Alberto Maritati, eletto in Puglia, ex sottosegretario alla Giustizia nei governi D'Alema e Prodi, avrebbe voluto che il suo gruppo abbandonasse l'Aula come ha fatto lui da solo: «Voglio che sia anche fisicamente sancita la mia distanza da questo provvedimento».
Alla fine delle operazioni di voto, si è sfiorata la scazzottata tra maggioranza e opposizione quando i senatori dell'Idv hanno issato alcuni cartelli in cui invitavano Berlusconi a farsi processare.
Fuori da Palazzo Madama c'era invece un piccolo presidio del cosiddetto "popolo viola" (quello che ha promosso la manifestazione anti Berlusconi dello scorso 19 dicembre) impegnato a distribuire un istruttivo volantino: «Il Parlamento ha appena approvato la diciottesima legge ad personam in sedici anni».
fonte: verdi.it
13:43
Scritto da: milionidieuro
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19/01/2010
Sexy bellezze russe si offrono come spose, la nuova frontiera della truffa on line
Non più solo simil-viagra o prodotti elettronici a prezzo stracciato: la nuova frontiera dello spamming on line è il 'matrimonio' via internet. Almeno a dar retta alle mail che presentano una serie di bellezze nordiche sotto l'invitante dicitura 'The best selection of Russian brides', ovvero 'la miglior selezione di spose russe'. More, bionde, ovviamente tutte in pose procaci e ammiccanti, ce n'è per tutti i gusti. La galleria fotografica è accompagnata da messaggi come 'Ciao caro, sono Marina dalla Russia, ti ricordi di me? Vieni alla mia pagina, parliamo, ti sto aspettando!'.
Alla Polizia postale e delle telecomunicazioni monitorano il fenomeno e invitano alla massima prudenza prima di rispondere a queste singolari e inaspettate 'proposte di matrimonio'. ''Bisogna fare molta attenzione alle offerte che giungono via email: vendita di materiale hi-fi, prodotti farmaceutici quasi sempre a sfondo sessuale, messaggi accattivanti e promettenti possono indurre il navigatore a rispondere alle mail, ad addentrarsi in siti non sicuri, fino a lasciare inconsapevolmente dati personali e password'', dice Andrea Rossi, capo del Compartimento della Polizia delle Telecomunicazioni di Roma.
A quel punto il malcapitato è esposto a un pericolo reale, che può avere dolorose ripercussioni sul conto in banca. ''Se ci si appropria di password personali o chiavi di accesso - avverte Rossi - si ha la possibilità di effettuare acquisti per conto di altri, partecipare ad aste on line, aprire profili personali su internet spacciandosi per la vittima e appropriandosi della sua corrispondenza''.
''Il cosiddetto 'furto di identità' è sempre in agguato. Ci sono messaggi che rinviano a caselle di posta elettronica che a loro volta invitano a cambiare password. Il problema - rileva il dirigente del Compartimento di Roma della Polizia Postale e delle Telecomunicazioni - è che a quel punto la nuova chiave di accesso è conosciuta anche dal mittente del messaggio. Quest'ultimo può utilizzarla per spacciarsi per l'altro utente e compiere operazioni per suo conto. Si crea così un pericoloso 'doppio' virtuale che può agire in nome della vittima''.
Quando ci si trova di fronte a mail inaspettate e 'sospette', poi, ''non bisogna mai dimenticare il rischio determinato dalla possibile diffusione di virus telematici. Mai aprire gli allegati delle mail 'spam' - prosegue Andrea Rossi - perché ci si può ritrovare 'infetti' da 'trojan' in grado di alterare la funzionalità del computer e di provocare seri danni all'apparecchiatura telematica''.
Quanto ai siti che promuovono incontri con ragazze di altri Paesi, ''tutta da verificare l'effettiva corrispondenza, sotto il profilo estetico, delle bellezze che si propongono come possibili, future 'mogli'. Ma non è questo il punto. Il fatto è che non si può mai escludere che si tratti piuttosto di canali di promozione della prostituzione on line e quindi è sempre consigliabile la massima prudenza. In ogni caso, comunque - conclude il cyberpoliziotto - che affidabilità può avere un messaggio che arriva dall'estero da parte di persone sconosciute?''. Di qui l'esortazione della Polizia postale: ''Cestinare le mail sospette, senza addentrarsi nei territori sconosciuti delle truffe on line''.
fonte: adnkronos
17:38
Scritto da: milionidieuro
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Era un vero asteroide di 15 metri quello che ha sfiorato la terra il 13 gennaio
Era proprio un asteroide e non un gigantesco rottame spaziale il bolide cosmico cheil 13 gennaio ha sfiorato la Terra alle 12.46 pm, ora di Greenwich. La Nasa ha sciolto ogni dubbio giudicandolo un «corpo naturale e non artificiale»: si era immaginato che fosse lo stadio spento di un razzo. Così «2010 AL30», appena apparso in cielo, va ad allungare la lista degli asteroidi che si avvicinano pericolosamente alla Terra. Sono ormai circa un migliaio e l’ultimo arrivato è transitato a 130 mila chilometri dal nostro pianeta, quindi ben più vicino della Luna lontana 384 mila chilometri. Scoperto dal Linear Survey dei Lincoln Laboratories del MIT il 10 gennaio scorso, aveva una taglia stimata di 10-15 metri di diametro.
NESSUN PERICOLO - Quindi anche se fosse caduto nell’atmosfera come è accaduto nell’ottobre scorso non avrebbe causato guai perché si sarebbe disintegrato. Però quello di ottobre oltre lo spettacolo in cielo generò un’onda d’urto che fece tremare la terra facendo immaginare un terremoto tanto che la gente scappava in strada. Ma al di sotto dei 25 metri non si corrono seri rischi, dicono per tranquillizzare gli astronomi della Nasa, i quali hanno precisato di aver verificato tutte le orbite di satelliti, razzi e rottami vari presenti intorno alla Terra e che l’orbita di AL30 non coincideva con nessuno di questi. Nell’occasione gli stessi esperti hanno aggiunto un dato interessante. Gli asteroidi del diametro di 10-15 metri potenzialmente presenti nel circondario terrestre sono circa un milione per cui si aspettano che quasi uno ogni settimana transiti fra la Terra e la Luna. E se ci cade addosso può soltanto provocare pochissimi danni con qualche frammento se riesce a sopravvivere, oppure nulla. Un messaggio ottimista, sperando che non superino i 15 metri. Ma forse sarebbe meglio saperlo in anticipo.
11:31
Scritto da: milionidieuro
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Internet Explorer: In attesa di correzione a falla nel sistema di sicurezza Francia e Germania sconsigliano l'uso di internet explorer
Dopo la Germania anche la Francia consiglia l'uso di un browser alternativo a Internet Explorer per una falla nel sistema di sicurezza.
Secondo il Centro di esperti per la risposta e il trattamento degli attacchi informatici (Certa) di Parigi, una 'vulnerabilita'' nel browser prodotto da Microsoft puo' 'permettere a una persona malintenzionata di eseguire del codice arbitrario a distanza'. L'avviso vale per le versioni 6, 7 e 8 del programma, in attesa di una correzione.
10:37
Scritto da: milionidieuro
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Facebook, versione gratutia di Mcafee per la sicurezza degli utenti
Mcafee a difesa di Facebook. I 350 milioni di utenti del più grande social network del mondo, vittima da anni di attacchi cibernetici, potranno scaricare gratuitamente una versione prova di sei mesi del Mcafee Internet Security Suite e beneficiare di un’altra applicazione online che analizza e ripulisce i computer degli utenti di Facebook prede di attacchi informatici.
Non ci sarà alcun guadagno per il popolare social network, pubblicizzato da Mcafee come parte dell’accordo, se gli utenti di Facebook decideranno di acquistare la versione definitiva del programma antivirus numero due al mondo.
Solo l’1% degli utenti di Facebook, secondo le stime fornite dai suoi rappresentanti, è stato vittima di problemi di sicurezza.
10:28
Scritto da: milionidieuro
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GDrive: un servizio di Google per archiviare on line tutti i tipi di file
Google ha annunciato l’arrivo sul mercato del suo nuovo servizio per archiviare on line tutti i tipi di file, che saranno così accessibili da qualsiasi dispositivo dotato di connessione a internet e browser: dal pc dell’ufficio come da quello di casa, ma anche sul cellulare o in un internet cafè.
Indicato col nome di GDrive dalla stampa, ma non ancora battezzato ufficialmente da Google, il servizio arriverà nelle prossime due settimane come opzione di Google Docs. Consentirà agli utenti registrati di archiviare via internet, sui server di Google, qualsiasi tipo di file. Non più solo testi, fogli di calcolo, presentazioni ed e-mail, quindi, ma anche foto, musica e filmati. I file, anche organizzati in cartelle, saranno modificabili e condivisibili con altri utenti.
Ogni singolo file potrà avere una grandezza massima di 250 megabyte, mentre lo spazio complessivo messo a disposizione gratuitamente è di un gigabyte. Memoria aggiuntiva dovrà essere invece acquistata, con i prezzi che partiranno da 5 dollari all’anno per 20 gigabyte fino a poco più di 4 mila dollari per 16 terabyte.
Nelle intenzioni di Google il servizio dovrebbe preparare il terreno per l’arrivo del suo Chrome Os, il sistema operativo che nascerà tra un anno con l’ambizione di rivoluzionare il concetto stesso di computer spostando dal pc a internet non solo i file, ma le stesse applicazioni con cui crearli e usarli.
10:22
Scritto da: milionidieuro
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11/01/2010
Roxxxy: la sexy robot con cinque personalità diverse
È nata Roxxxy, la «sex robot». Alla Fiera dell'intrattenimento per adulti, che si tiene dal 7 al 10 gennaio a Las Vegas, la True Companion, un'azienda americana, ha presentato Roxxxy, un «sex robot» costruito con pelle sintetica e dall'intelligenza artificiale. Il robot-donna è alto 170 cm e pesa 54 kg. Parla, sente e ascolta le parole di chi gli è vicino. Nella presentazione video, Douglas Hines, Presidente della società, afferma: «La sex robot non cucina e non fa i lavori domestici ma può fare qualsiasi cosa, se afferrate quello che intendo. Roxxxy ha la sesta di seno».
CINQUE PERSONALITA' DIFFERENTI - La sex robot piega gambe e braccia, ma non è in grado di camminare. I cinque modelli hanno altrettante personalità. Vi è, per esempio, Wild Wendy: è avventurosa ed espansiva; Frigid Farrah, al contrario, è timida e riservata Susan, invece, è l'ideale per chi ama i giochi spinti. La donna-robot sente quando viene toccata o accarezzata. Si può collegare alla rete, ovviamente wireless: si riceveranno dalla True Companion assistenza tecnica e aggiornamenti riguardo al programma del modello scelto. Roxxy, inoltre, può mandare mail, ma solo a chi l'ha comprata. È un sex robot molto fedele. Per adesso, si può comprare solo in Usa ed Europa, ma nel prossimo futuro, assicurano alla True Companion, la vendita sarà estesa anche agli altri continenti. Il prezzo? Dai 5.000 ai 6.000 dollari, dipende dal modello. Fra poco verrà messo in vendita anche Rocky, sex robot destinato a donne e gay.
16:50
Scritto da: milionidieuro
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10/01/2010
3D, l'ultimo lusso della televisione
LAS VEGAS - Calcio d'angolo. Un giocatore mette la palla alla bandierina, la calcia ad effetto e la sfera sembra bucare la televisione con una sontuosa parabola. È solo un'idea di quel che si potrà vedere a giugno, durante i Mondiali sudafricani: basta avere una televisione 3D nuova di zecca e ricevere il segnale del nuovo canale tridimensionale della rete sportiva Espn.
Al Consumer Electronics Show di Las Vegas, l'arrivo della terza dimensione era annunciato da tempo. Ma non così in pompa magna. Hollywood ha fatto appena in tempo a sposare il 3D con convinzione (20 titoli prodotti nel 2009 e 50 in arrivo quest'anno), che i colossi dell'elettronica – Panasonic, Sony, LG, Samsung, Toshiba – hanno già rilanciato con la tridimensionalità da salotto.
«Il 3D non è un fenomeno di passaggio», assicura Howard Stringer, il numero uno della Sony, l'unica azienda al mondo capace di aggiungere una dimensione alla sua intera filiera: dalle videocamere 3D ai proiettori digitali per i cinema, dai giochi della Playstation3 fino ai film della Sony Pictures. Ma la verità è che, senza i programmi televisivi, il progetto non sarebbe mai veramente decollato. La stessa Sony – che vede davanti a sé l'apertura di un nuovo mercato da 11 miliardi di dollari, nel giro di tre anni – ha annunciato la nascita di un nuovo network televisivo in collaborazione con Discovery Channel e Imax.
Perfino Paul Otellini, l'amministratore delegato di Intel, ha sposato il 3D. Durante il suo intervento al Ces, ha fornito gli appositi occhiali all'affollato auditorio, per mostrare l'esempio pratico – e spettacolare – di cosa si può fare grazie all'incessante moltiplicazione della potenza di calcolo dei microchip. «Rispetto al nostro primo chip, il 4004 – ha detto – i nostri ultimi prodotti sono 5mila volte più veloci e 100mila volte meno cari», per via dello sconfinato aumento nel numero dei transistor. Così, Otellini ha avuto buon gioco nel far vedere i concerti digitali del futuro prossimo: un brano di un concerto degli U2 dove Bono esce dallo schermo e allunga la mano verso lo spettatore, quasi a incantarlo con lo sguardo e la voce. «Senza la potenza dei chip non si potrebbe fare», reclamizza il capo di Intel. Il quale, ha fornito un dato interessante: per il rendering (la codifica digitale) del primo film di Shrek c'erano voluti calcoli per 4 milioni di ore-macchina. Per «Shrek Forever After» – la puntata finale della serie che uscirà a maggio, ovviamente in 3D – ci sono volute 45 milioni di ore.
Dopo tivù, concerti e cinema, ci sono anche i videogiochi. Ne abbiamo provati un paio, fra gli stand rumorosi e abbaglianti di questa sconfinata fiera che si estende su 186mila metri quadrati. Con gli immancabili occhiali – che non hanno più le lenti verdi e rosse come nei primi esperimenti di 3D degli anni 70 – una corsa automobilistica o una scazzottata con il mostro di turno, sono senza dubbio più realistiche e coinvolgenti (ma gli occhi non si affaticano troppo?). Certo, ci vuole uno schermo apposito. Ma non necessariamente una nuova consolle: Kaz Hirai, capo della divisione entertainment di Sony, ha promesso per l'estate un upgrade software per la PS3, che consentirà anche la visione dei dischi Blu-ray in 3D (i primi titoli stanno uscendo) oltre che il gaming tridimensionale. È presumibile che Microsoft e Nintendo faranno altrettanto.
I prezzi di questi prodotti però, restano più o meno sconosciuti. Lasciamo perdere lo schermo da 152 pollici al plasma 3D e HD (alta definizione) presentato da Panasonic, che sarà fuori dalla portata di molte tasche. I primi apparecchi televisivi della terza dimensione dovrebbero costare intorno ai 4mila dollari. Ma, in questo scenario di concorrenza spinta, gli analisti concordano che i prezzi scenderanno rapidamente.
Il Ces 2010 verrà forse ricordato nella storia della microelettronica come la fiera della tridimensionalità. Ma anche della rinascita della televisione. I prodotti in mostra, sono collegati al web, hanno le applicazioni in stile widget da scaricare, sono sempre più sottili (bocche spalancate davanti al 55 pollici di LG, spesso meno di 7 millimetri), collegati wireless al pc, all'intero sistema di home entertainment e, in definitiva, "intelligenti". Se si aggiunge il 3D, la prospettiva cambia ulteriormente. Per i big della consumer electronic – dopo un anno difficile, mitigato proprio dalle vendite di tivù HD – la terza dimensione è una specie di salvataggio. In calcio d'angolo.
19:03
Scritto da: milionidieuro
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08/01/2010
IL DIGITALE TERRESTRE, TECNOLOGIA GIA' MORTA
Media Entro il 2011, forte di circa 80 milioni di euro di contributi pubblici l'anno, il Dtt sarà in tutto il Paese. Ma per gli esperti del settore è un sistema di transizione, perché il futuro della televisione è via cavo, anche tramite internet
Il digitale terrestre non è ancora operativo in tutta Italia e c'è già chi sostiene che in poco tempo diventerà obsoleto. La battaglia per la tv del futuro si trasferirà su altri mezzi: internet e fibra ottica.
L'Italia si è data un calendario così fitto e veloce per spegnere la tv analogica tradizionale e passare prepotentemente al digitale terrestre (Dtt) solo per un annoso problema italiano.
Si chiama conflitto d'interessi e richiama il duplice ruolo di Berlusconi editore e presidente del consiglio.
Il passaggio alla nuova tecnologia è costato ai cittadini centinaia di milioni di euro di contributi pubblici per dotare 21 milioni di abitazioni e 50 milioni di televisori (entro il 2012) della scatola magica per il Dtt. Infatti entro quella data la tv normale sarà spenta e non esisterà più.
Fondi pubblici messi in Finanziaria dal 2004, quando la Gasparri diventò legge facendo sbarcare in Italia la nuova tecnologia, al ritmo in media di 80 milioni di euro l'anno.
L'obiettivo era chiaro a tutti: evitare che Rete4 finisse sul satellite, perdendo ascolti e pubblicità. Meglio ancora. Raddoppiare i canali, al posto di ridurli, creando un'offerta a pagamento per eliminare il monopolio Sky. Magari arrivando sul Dtt per primi, conservando la propria posizione dominante acquistando i diritti di cinema, serie tv, sport.
Il futuro della televisione, però, è la web tv che non necessita di installare ripetitori, comprare frequenze e trasmettitori. La tv via internet è economica ma soprattutto non produce onde e inquinamento elettromagnetico.
I numeri parlano chiaro: entro il 2011 gli utenti di questa tecnologia raddoppieranno in tutto il mondo, raggiungendo quota 47 milioni. Il più alto tasso di penetrazione d'Europa, con numeri in costante aumento, è in Francia, Italia e Germania. Nonostante l'assenza di grandi contributi pubblici. Del resto solo nel nostro Paese, secondo il rapporto Censis 2009, la web tv è utilizzata dal 15,2 per cento dei telespettatori che nella fascia d'età tra 14 e 29 anni salgono al 41,3. In pratica un ragazzo su due. Nonostante in Italia la banda larga (internet veloce) sia disponibile in poco più del 50 per cento del territorio.
«Il digitale terrestre è una tecnologia di transizione, in un mondo estremamente mutevole, in cui il futuro è certamente l'Iptv», ha spiegato il vicepresidente esecutivo di Telecom Italia media, Giovanni Stella. Il gruppo Telecom sta puntando molto su questo sistema.
I portali televisivi online raccolgono grandi consensi. Offrono la diretta dei canali tv ma soprattutto la possibilità di rivedere a richiesta i programmi delle varie reti. L'ultimo in ordine di tempo è proprio quello de La7. Il 4 dicembre ha debuttato il nuovo portale La7.tv che si aggiunge a La7.it.
Il nuovo servizio consente di rivedere comodamente sul proprio computer tutti i programmi prodotti dalla rete televisiva e trasmessi nell'ultima settimana. I numeri pagano la scelta.
Il classico sito della rete (La7.it) lanciato nel 2001, secondo Biz information, azienda leader nelle stime online, vale 725mila euro. Oltre 7.000 persone lo usano ogni giorno.
Il nuovo portale per vedere i programmi de La7 online, nonostante sia nato da poco, ha invece già raggiunto quasi un milione di euro di valore, grazie a 10mila visitatori giornalieri. Il leader del settore video e dirette tv è Yalp, portale di Telecom nato nel lontano 1996, ma completamente rinnovato due anni fa. Offre video realizzati dagli utenti, in stile You- Tube, ma anche le dirette dei principali canali televisivi italiani e internazionali. Yalp è utilizzato ogni giorno da mezzo milione di persone, tanto da raggiungere un valore da capogiro: oltre 40 milioni di euro.
Anche Mediaset, per non restare esclusa, vuole un nuovo portale con i programmi televisivi delle sue reti. Anche perché ha recentemente vinto la causa con YouTube ottenendo la rimozione di tutti i suoi prodotti dal portale video, per farli ritornare a uso esclusivo dei portali del gruppo.
Già da tempo esiste Mediaset video, con una selezione di brevi video tratti dai programmi prodotti in casa, e Rivideo, servizio a pagamento per fiction e serie tv. Rivideo, però, non è stato un successo tanto che Mediaset l'ha chiuso poche settimane fa.
Anche la Rai ha da tempo i propri contenuti in Rete. Fino al 2009 il servizio era diviso in diversi portali: Rai click, frutto di un contratto con Fastweb, e Rai media, per tutti gli altri contenuti del servizio pubblico. Finito il legame con Fastweb la Rai ha creato nei primi mesi del 2009 il nuovo Rai.tv.
Anche in questo caso 2,26 milioni di euro di valore, con 33mila visitatori che scelgono ogni giorno il portale del servizio pubblico per rivedere programmi, telegiornali, serie tv cui si aggiungono le dirette televisive. Tutte le televisioni Rai, anche quelle tematiche, sono infatti trasmesse in diretta anche online assieme a quelle del digitale terrestre e appositi canali realizzati per il web.
Secondo gli esperti è questo il futuro della televisione, non il digitale terrestre che agli italiani è costato milioni di euro di contributi pubblici.
La guerra dei grandi colossi editoriali intanto continua. Sul digitale terrestre e sul satellite.
Come sempre, però, con il gioco delle tre carte tra i grandi big. Del resto la nascita del digitale terrestre (Dtt) è servita proprio a questo: salvare da morte certa le tv generaliste, aumentare il numero di canali, combattere il monopolio Sky. Come ha fatto Mediaset nel 2005, attivando il primo servizio televisivo a pagamento d'Europa sul digitale terrestre.
Un grande successo: a novembre Mediaset premium ha raggiunto 3,4 milioni di abbonati. Grazie alla collaborazione con Disney, Time Warner, Nbc Universal, Mediaset ha costruito una piattaforma molto più limitata di quella del concorrente Sky, una decina di canali contro 100 (cui si aggiungerà Italia2), ma a prezzi molto competitivi.
In più, anche grazie allo spegnimento per legge della tv analogica cui si aggiungono i contributi pubblici per i decoder, è accessibile a tutti.
Con questa operazione Berlusconi ha salvato il suo gruppo editoriale, rompendo il monopolio Sky e rallentandone la crescita. Una ricetta che ora vuole esportare anche nella Penisola Iberica. L'unico mercato estero in cui il Biscione è rimasto, dopo la fallita conquista dell'Europa da parte di Canale 5.
L'ammiraglia Mediaset era infatti sbarcata in Francia nel 1986 (La Cinq), emittente oggi nelle mani della tv pubblica d'Oltralpe, due anni dopo in Germania (Tele 5) e infine in Spagna nel 1989 con Telecinco. Oggi la Penisola Iberica è il mercato di riferimento estero di Mediaset. Grazie a una legge approvata tre mesi fa dal governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, sulle fusioni tra gruppi editoriali, Cologno Monzese ha acquistato lo scorso 18 dicembre un secondo canale generalista (Cuatro) che diventerà simile a Italia 1 e il 22 per cento della pay tv satellitare iberica (Digital +). Un affare da oltre un miliardo di euro.
A vendere è stato il Gruppo Prisa, editore de El País, sommerso dai debiti.
L'obiettivo di Mediaset è conquistare una posizione dominante anche sul digitale terrestre iberico per «replicare anche in Spagna la strategia multicanale generalista e l'offerta integrata free tv più pay tv già sperimentata in Italia».
In pratica mettendo assieme le piattaforme digitali dei due canali generalisti, Cologno Monzese moltiplicherà i canali sul Dtt spagnolo facendo sbarcare anche a Madrid, Mediaset premium.
I player italiani non restano a guardare. Tentano di ritagliarsi un loro spazio, in segmenti diversi.
La Rai, ridotto il buco di bilancio, dovrà razionalizzare i canali sul digitale terrestre.
Da qualche mese sono arrivati quelli Raisat, scesi dal satellite di Sky. Perdendo i quasi 60 milioni di euro l'anno che Murdoch pagava al servizio pubblico.
Nel riorganizzare l'offerta nascerà un secondo canale di sport, quello di cinema sarà fuso con Raisat Extra, verrà rafforzato quello di storia dando spazio anche alle teche Rai e ne nascerà uno nuovo di zecca dedicato agli stili di vita, un altro per l'alta definizione.
In tutto, compresi quelli esistenti, saranno tredici le tv digitali del servizio pubblico. Ma nessuna rete sarà dedicata alla cultura. A differenza del resto d'Europa, Francia, Germania e Inghilterra in primis, dove almeno due canali pubblici sono dedicati alla conoscenza.
Telecom, invece, dopo aver venduto nel 2008 agli svedesi di AirPlus il suo servizio a pagamento Cartapiù, oggi diventato Dahlia, ha abbandonato il mercato delle pay tv e sta puntando tutto sulla web tv. Il vero futuro della televisione.
Il gruppo de La7 resta invece sul satellite, brindando assieme a Rai e Mediaset per i grandi risultati raggiunti dalla piattaforma Tivù sat che va a gonfie vele.
Un successo sopra le aspettative, quello di Tivù sat, con oltre mezzo milione di schede vendute, rispetto all'obiettivo fissato a 300mila. La piattaforma offre sul satellite tutti i canali gratuiti del digitale terrestre, senza costi di abbonamento: serve solo comprare la scheda. E in futuro, nonostante i vertici Tivù sat lo smentiscano categoricamente, potrebbe ospitare anche i canali a pagamento di Mediaset premium facendo concorrenza diretta a Sky.
Già la grande tv dello squalo Murdoch, fino a pochi anni fa unica televisione a pagamento italiana. Oggi la terza più importante d'Europa, dopo Sky inglese e la nuova azienda nata in Francia dalla recente fusione di Canal Plus e Tps, ex concorrenti.
Nonostante la concorrenza di Mediaset premium e Dahlia, continua ad andare bene. Nel 2009 con il suo fatturato ha superato sia Rai che Mediaset. È il primo gruppo televisivo italiano. Anche se Sky non riesce a raggiungere 5 milioni di abbonati, nonostante sia partita due anni prima di Premium.
A conti fatti aumentano le disdette, sono più dei nuovi abbonamenti e per correre ai ripari Sky punta tutto sull'alta definizione.
Ora anche Murdoch è entrato sul digitale terrestre con il suo nuovo canale generalista Cielo.
Il ministero ha provato a bloccarlo vista la norma che impedisce a Sky di andare sul Dtt fino al 2011. Ma alla fine ha dovuto cedere perché, tecnicamente, Murdoch è un fornitore di contenuti per il gruppo L'Espresso.
Deejay tv è sommersa dai debiti e con un fatturato dimezzato in 12 mesi (da 20 milioni di euro ai 10 del 2008) e così Carlo De Benedetti, anche con i soldi di Murdoch, sta rilanciando la televisione della prima radio privata italiana sul Dtt.
fonte:verdi.it
09:06
Scritto da: milionidieuro
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07/01/2010
Nexus One: Google lancia il suo super cellulare
'Vogliamo fare di piu' con Android'': con queste parole Google presenta al pubblico il ''super telefono'' Nexus One. E' il primo cellulare del colosso di Mountain Views, che ha annunciato anche un ampliamento della Open Handset Alliance, l'alleanza ha dato vita ad Android. Fra i nuovi ingressi anche quello di China Mobile.Nexus One ha uno schermo di 3,7 pollici. Ha colori nitidi e un potente processore, pesa 130 grammi ed e' sottile (11,3 millimetri).
Google entra sul mercato degli smartphone, lanciando la sfida all'iPhone di Apple e al Blackberry. E presenta Nexus One, il primo vero 'googlefonino' messo a punto in collaborazione con la taiwanese Htc. Ma si spinge anche oltre: il primo cellulare 'Made in Google' sarà venduto direttamente da Mountain View ai consumatori via web, oltre a essere acquistabile attraverso i tradizionali canali di vendita. Nexus One è dotato così come l'iPhone di schermo touch screen ma di dimensioni leggermente superiori (3,7 pollici), che comunque non vanno a scapito della sua manegevolezza: l'apparecchio pesa solo 130 grammi ed è sottile 11,3 millimetri. Il «super cellulare», così come lo ha definito Google presentandolo, va «oltre i limiti» di quello che è possibile fare con un telefonino, spiega l'amministratore delegato di Htc, Peter Chou. Munito di fotocamera da 5 megapixel, Nexus One monta il chip Qualcomm Snapdragon da 1 Ghz e vanta una risoluzione di 480x800 pixel, oltre a girare su Android 2.1, offrendo così molte applicazioni, come Google Maps Navigation e Android market e - naturalmente - Google Earth.
CARATTERISTICHE E COSTI - «Nexus One rientra nella nuova categoria di dispositivi definita 'super-telefonini'» commenta Andy Rubin, vice president of Engineering di Google, aggiungendo che il primo googlefonino «è il nostro modo per alzare lo standard su cosa è possibile ottenere quando si tratta di creare la migliore esperienza mobile per gli utenti. Non vediamo l'ora di iniziare a lavorare con i produttori di dispositivi hardware e gli operatori di telefonia per portare sul mercato più telefoni, in tutto il mondo, attraverso questo canale». Fra le sue caratteristiche, Nexus vanta la possibilità di essere personalizzato: sul retro del telefono oltre al logo Google e quello Htc è inserita una piccola banda su cui è possibile scrivere il proprio messaggio, fino a 50 caratteri. Gli utilizzatori potranno anche scrivere messaggi senza digitare sulla tastiera: basterà inserire il comando vocale e dettare il messaggio di testo per gli sms o per comunicare tramite Twitter o Facebook. Nexus è dotato anche di sfondi interattivi e animati che consentono un maggiore livello di personalizzazione dell'apparecchio. A differenza dell'iPhone, il G-phone sarà disponibile anche senza siglare un contratto con un determinato operatore: negli usa Nexus sarà disponibile con T-Mobile a 179 dollari e senza obblighi contrattuali per 529 dollari. «A breve, Verizon Wireless negli Stati Uniti e Vodafone Europe offriranno servizi ai clienti nelle rispettive aree geografiche» aggiunge Google, precisando che in un primo momento raccoglierà ordini provenienti dagli Stati Uniti e da altri 3 mercati (Gran Bretagna, Singapore e Hong Kong). Nei prossimi mesi, Google ha in progetto di siglare partnership con altri operatori per offrire ai clienti accesso a una ampia gamma di piani telefonici. «In futuro prevediamo inoltre di lanciare altri telefonini in collaborazione con partner Android ed espandere il negozio online ad altri paesi» dichiara la società di Mountain View, che ha comunicato un ampliamento della Open Handset Alliance, nella quale è entrata a far parte anche China Mobile.
09:35
Scritto da: milionidieuro
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06/01/2010
2010: 20 milioni di carte di credito in tilt
Un "bug" informatico legato alla data del 2010 ha reso inutilizzabili oltre 20 milioni carte di credito e di debito in Germania.
La nuova data del 2010 ha mandato in tilt oltre 20 milioni di carte di credito e di debito in Germania, provocando disagi non solo all’intero settore bancario e milioni di cittadini nel Paese ma anche a coloro che in questi giorni si trovano all’estero per le feste natalizie. Il bug informatico ha colpito dopo la mezzanotte del 31 dicembre, cioè quando le carte hanno cominciato a rifiutarsi di “leggere” la nuova data a causa di una falla nel software dei loro microprocessori. Fino a ieri, la commissione bancaria tedesca (Zka) si era limitata a parlare di un problema di «molti istituti di credito», augurandosi di poter correggere entro oggi questa sorta di Millenniun Bug a scoppio ritardato. Ma così non è stato e l’associazione delle casse di risparmio e delle casse di compensazione (Dsgv) ha illustrato oggi le vere dimensioni del blocco. Nel complesso, il bug ha messo fuori uso un totale di 23,5 milioni di carte, tra quelle di debito legate al circuito Eurocheque (Ec) e quelle di credito emesse dalle banche pubbliche regionali tedesche e le casse di risparmio. In particolare, secondo la Dsgv, il 40% delle carte di credito legate a questi due tipi di istituti - circa 3,5 milioni in tutto - non possono essere utilizzate in circa il 40% dei negozi. Nello stesso tempo, la federazione delle banche private (BdB) ha reso noto che il problema riguarda circa 2,5 milioni di carte Ec emesse dai propri membri, pari a circa l’11% del totale (22 milioni).
Tra le banche più colpite ci sono la Postbank e la Commerzbank. Una portavoce di quest’ultima, vale a dire la seconda principale banca commerciale del Paese, ha detto comunque che il problema è stato risolto per «gran parte» degli sportelli automatici dell’istituto. Solo in alcuni casi, ha aggiunto, non vengono ancora riconosciute le nuove carte Ec e il bug non riguarda comunque i clienti titolari di carte di Credito emesse dall’istituto. «Le carte sono in circolazione da tempo, ma i problemi sono cominciati solo con l’anno nuovo - ha commentato all’agenzia stampa tedesca Dpa la portavoce della Commerzbank -. Per questo, riteniamo che si tratti di un errore di programmazione nel microprocessore».
09:31
Scritto da: milionidieuro
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